ITINERARIO PALERMO

L’inserimento dei monumenti arabo-normanni di Palermo, Cefalù e Monreale nell’elenco dei Beni dell’Umanità dell’UNESCO, nel 2015, ha acceso i riflettori su uno dei periodi più prosperi e positivi della storia siciliana. Il regno normanno, iniziato con l’incoronazione di Ruggero d’Altavilla, il 25 dicembre 1130 a Palermo, e cessato appena 120 anni dopo, con la morte di Federico II di Svevia, ultimo discendente legittimo, coincise con un’epoca di grande modernità e apertura. I sovrani, infatti, pur fra contraddizioni e alti e bassi, riuscirono nella difficile impresa di armonizzare le diverse anime di un territorio che, per tutta la sua storia, era stato soggetto a invasioni e dominazioni di diversa provenienza, conferendo alla Sicilia un’anima profondamente multietnica.

Entrati a Palermo, i Normanni si trovarono in una metropoli saracena: due secoli e mezzo di dominazione araba (dall’827 alla fine del XI secolo) l’avevano resa tra le più ricche ed importanti dell’epoca, con splendidi palazzi, moschee, minareti, giardini e fontane. Su questo tessuto urbano i normanni innestarono la loro “rivoluzione” sociale (e architettonica), dando modo a musulmani, bizantini, latini, ebrei, lombardi e francesi di convivere pacificamente.

L’equilibrio fra le culture trovò una sua precisa e originale espressione artistica: lo stile arabo-normanno, frutto della felice fusione dei diversi stili presenti nell’isola nel XII secolo e simbolo del sincretismo socio-culturale fra oriente e occidente.

La nostra passeggiata alla scoperta dei nove splendidi monumenti selezionati a Palermo (della durata di un giorno, con soste e visite tranquille), parte da San Cataldo (1154). Originariamente cappella del palazzo di Majone da Bari, Grande Ammiraglio del re normanno, nel corso dei secoli subì varie manomissioni , a cui si pose rimedio nel 1882, quando l’architetto Giuseppe Patricolo fu incaricato di riportare la chiesetta alla configurazione medievale . Esempio peculiare della cultura architettonica araba al servizio dei normanni, con le forme squadrate, le scarne mura vivacizzate da arcatelle cieche, le tipiche cupolette, ha interno spoglio, in cui risalta il pavimento a tarsie policrome in marmo e porfido e l’altare in cui sono incisi una croce e i simboli degli evangelisti.

Risalendo lungo il corso Vittorio Emanuele, l’antico Cassaro, si arriva alle tappe successive. La Cattedrale è senza dubbio uno degli edifici più spettacolari della città. L’immensa costruzione è il frutto di un gran numero di rifacimenti e trasformazioni della prima chiesa, costruita nel IV secolo in questa che è sempre stata la principale area sacra [5] della città.

A intervalli di decenni, i lavori sul maestoso edificio sono andati avanti per secoli: le absidi sono originali normanne, le torri angolari e la facciata sono del Due- e Trecento, nel Quattrocento fu aggiunto il portico, un capolavoro del gotico fiorito catalaneggiante, mentre la balaustra in marmo che circonda il vasto sagrato, è del 1574, realizzata da Vincenzo Gagini e successivamente ornata da statue di santi e sante siciliane. Nel Settecento la trasformazione più importante e radicale: l’interno fu totalmente rifatto e sul tetto fu elevata una mastodontica cupola. All’interno si trovano le tombe reali e imperiali, in due cappelle comunicanti al principio della navata destra, con le sepolture di Ruggero II, Enrico VI di Svevia, Costanza d’Altavilla, Federico II di Svevia [6] e della moglie di quest’ultimo, Costanza d’Aragona [7].

Inoltre la cappella di Santa Rosalia, con un’urna d’argento [8] che ne custodisce le reliquie; il Tesoro, un trionfo di paramenti e oggetti sacri realizzati fra Cinque- e Settecento ; e la cripta, un ambiente suggestivo dove si allineano le tombe dei vescovi [9]. Da non perdere la salita ai tetti, che offre l’opportunità di ammirare il panorama da un’altezza di circa 35 metri e di osservare tanti dettagli dell’elaborata costruzione da una prospettiva diversa.

Usciti dal palazzo e attraversata la cinquecentesca Porta Nuova [16], pochi passi lungo l’ampia piazza Indipendenza conducono alla via dei Cappuccini e alla via Danisinni, grazie alle quali si raggiunge il cuore del quartiere Danisinni, un’area popolare che negli ultimi anni, grazie all’instacabile iniziativa del parroco Fra’ Mauro Billetta insieme a numerose associazioni e volontari, persegue la propria riqualificazione. Chiuso tra le mura della città antica e la Zisa, Danisinni è come una valle [17] urbana isolata, quasi sospesa nel tempo. Un visitatore che si inoltra fra le vecchie case e i palazzi sgraziati troverà una quantità di spunti di interesse, a cominciare dai dipinti murali realizzati da Igor Scalisi Palminteri, urban artist palermitano di rilievo internazionale che, col suo “Fiume di Vita”, si è lasciato ispirare dal Fiume Papireto [18] che un tempo scorreva proprio qui. E poi la piccola fattoria didattica con animali gestita da una cooperativa locale, con i tanti progetti di inclusione e le aree destinate al gioco e al circo, gli spazi dedicati al teatro e all’arte del Museo Sociale Danisinni, il nuovo “Villaggio Circolare”, con gli spazi per gli artigiani e le associazioni, il caffè letterario, la Chiesa di Sant’Agnese [19], gli orti sociali con la cucina, la biblioteca. È suggerito affidarsi a una guida che possa raccontare la strada percorsa e quel che ancora si sta facendo. 

 

Per l’ultima tappa dobbiamo prendere un taxi o un bus: il Ponte dell’Ammiraglio che un tempo scavalcava il fiume Oreto [22] dando accesso alla città, oggi è inglobato dall’espansione edilizia che negli ultimi cinquant’anni ha ampliato a dismisura i confini urbani. Realizzato nel 1131 per ordine dell’ammiraglio Giorgio d’Antiochia, a quasi 900 anni di distanza il ponte [23] è ancora lì e in perfette condizioni, sebbene appaia fuori posto, ora che il corso del fiume è stato deviato e sostituito da aiuole.

La struttura è costituita da due rampe poggianti su cinque arcate interrotte da quattro arcatelle più piccole, tutte a ogiva e disegnate da ghiere piatte. 

Un’alternativa più breve, della durata di mezza giornata, può limitarsi ai monumenti del centro storico, con una visita meno accurata, comprendendo dunque San Cataldo, Santa Maria dell’Ammiraglio, Cattedrale (escluso cripta, tesoro e terrazze), San Giovanni degli Eremiti, Palazzo Reale e Cappella Palatina. Volendo aggiungere circa due ore al percorso si può prevedere il passaggio per Danisinni (senza visita guidata) e il Castello della Zisa.

Per una visita dell’intero sito seriale Arabo-Normanno, con l’aggiunta di Danisinni, occorre prevedere almeno due giorni: uno per l’itinerario a Palermo e due mezze giornate per Monreale e Cefalù. Consigliabile prevedere due giorni e mezzo, dedicando un’intera giornata all’escursione a Cefalù.

Proprio accanto ecco la Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, fondata nel 1143. Anch’essa si deve all’iniziativa di un ammiraglio, Giorgio d’Antiochia, un uomo assai facoltoso che profuse nella chiesa un’enorme quantità di denaro, chiamando a lavorarvi le stesse maestranze che avevano costruito e decorato le più magnifiche creature del suo signore, il re Ruggero II: il duomo di Cefalù e la Cappella Palatina. La chiesa [3] è meglio conosciuta come La Martorana , dal nome della fondatrice del convento [4] a cui fu annessa nel Quattrocento. Fu a quell’epoca che, per permettere a tutte le monache di partecipare alla messa, si rese necessario demolire una parte della chiesa per ampliarne gli ambienti. Per questa ragione poco o nulla, all’esterno, testimonia della chiesa originaria, a parte il campanile, una torre leggiadra ornata di bifore, sotto alla quale si apre l’ingresso. L’interno è risplendente: le decorazioni sono dappertutto, di epoche e gusti diversi e accostate fra loro in maniera incredibile: mosaici bizantini del XII secolo – il Pantocratore in trono nella Cupola, le ieratiche figure della Vergine, degli Arcangeli, di Santi – il pavimento intarsiato della stessa epoca, bellissime volte azzurre tempestate di stelle d’oro, stanno accanto ai marmi mischi della grande cappella che nel Seicento ha sostituito l’abside, con un tabernacolo di lapislazzuli (XVII sec.) e il dipinto di impronta raffaellita raffigurante l’Ascensione (Vincenzo da Pavia, 1533), e agli affreschi settecenteschi dipinti da Olivio Sozzi e Guglielmo Borremans sotto al coro delle monache.

Ci sono perfino delle antichissime porte in legno intagliato, di fattura araba, così come, nell’atrio, due mosaici dal grande valore storico: uno raffigura Cristo nell’atto di incoronare il re, abbigliato come un imperatore bizantino, l’altro la Madonna che intercede per il fondatore della Chiesa, rannicchiato ai suoi piedi.

Poco oltre la cattedrale si apre la vasta piazza fitta di palme che precede il Palazzo Reale. Una breve deviazione sulla via del Bastione e via dei Benedettini ci porta alla Chiesa di S. Giovanni degli Eremiti, uno dei più insigni edifici medievali di Palermo e uno dei monumenti-simbolo della città.

Un tempo era una chiesa importantissima, realizzata, tra il 1130 e il 1148, per ordine di Ruggero II riadattando la struttura di una moschea [10], di cui restano le linee squadrate e severe, mentre le cinque cupolette rosse [11] richiamano architetture di più esotiche latitudini. Alla chiesa era annesso un monastero, la cui parte meglio conservata è il piccolo chiostro duecentesco, un quadrilatero sorretto da sottili colonne binate e abbellito da un verdeggiante giardino mediterraneo. 

Giungiamo da qui al Palazzo Reale, oggi sede del Parlamento siciliano, frutto di stratificazioni architettoniche [12] che attraversano la storia di Palermo. Il sito fu abitato sin dall’VIII secolo a.C., vale a dire dalla fondazione, da parte dei Fenici, della colonia Zyz, il primo nucleo della città. Resti della loro paleopolis (mura, una postierla, parte di una porta) sono visibili sotto le odierne Sale del Duca di Montalto, destinate ora a spazio espositivo. Il primo vero nucleo del palazzo risale alla dominazione araba, quando fu costruito al Qasr, residenza degli emiri e ultimo bastione saraceno conquistato dai Normanni, nel 1072. Negli anni seguenti il palazzo venne radicalmente ristrutturato [13] con un intervento che cancellò le tracce del castello arabo ma senza escludere reminiscenze del precedente edificio. La reggia venne modificata anche nel Cinquecento [14], quando divenne residenza dei Viceré spagnoli, e nell’Ottocento, quando re Ferdinando IV di Borbone promosse ulteriori cambiamenti per adattarla a residenza reale. Risalgono a quel periodo gli appartamenti ottocenteschi, decorati con affreschi, damaschi, lampadari e quadri. Questi ambienti fanno parte del percorso di visita così come la Sala dei Venti, quel che resta di una delle antiche torri, e la Stanza di Ruggero, che conserva straordinari mosaici medievali con scene di caccia e motivi ornamentali, simili a quelli della Cappella Palatina, la splendida chiesetta normanna interna al palazzo che da sola vale il viaggio a Palermo. La piccola chiesa [15], fu realizzata a partire dal 1130 e presenta una felice sintesi decorativa fra le diverse componenti culturali della Sicilia normanna: il pavimento, il pulpito intarsiato di porfido e malachite e il candelabro pasquale si richiamano alla cultura latina; i mosaici sono tipicamente bizantini e si caratterizzano per l’eleganza delle figure ieratiche e per la particolare brillantezza del fondo dorato (le immagini più belle sono quelle del Cristo Pantocratore nell’abside e nella cupoletta sopra al presbiterio). Il soffitto, infine, è di tipo islamico, realizzato in legno da artisti persiani nel classico stile ad alveoli, e riccamente dipinto, anche con figure umane, circostanza rarissima.

Usciti da Danisinni, percorrendo Via della Zisa in pochi minuti si raggiunge il Castello della Zisa. Nulla resta qui intorno dei giardini che cingevano la città, l’incantevole Genoardo, il paradisiaco parco realizzato per ordine del re Ruggero. I normanni, assorbito l’amore dei loro predecessori islamici per i giardini e i giochi d’acqua, non vollero farsi mancare verdeggianti luoghi di delizie [20], punteggiati di splendidi edifici, i cosiddetti “sollazzi regi”. La Zisa (dall’arabo Al Azyz, splendido) era uno di essi. Iniziato nel 1165 da re Guglielmo I e portato a compimento dal figlio Guglielmo II dieci anni dopo, è una magnifica quanto riuscita sintesi dello stile palaziale fatimita con quello tipico delle residenze castellane normanne dell’epoca. Da un lato troviamo infatti le dimensioni e lo slancio verso l’alto tipici di un’architettura nord europea, dall’altro tecniche costruttive caratteristiche di contemporanei edifici islamici. Si tratta in particolare della funzionalità bioclimatica del castello, dotato di un invidiabile sistema di aerazione e refrigerazione degli ambienti, ancora osservabile. All’interno, che ospita una piccola collezione di manufatti provenienti da diversi paesi del Mediterraneo, l’ambiente principale è la Sala della Fontana [21], una sala quadrangolare con parte dei soffitti a muqarnas (alveoli). La fontana è incassata in una delle pareti, sotto un mosaico. Da qui l’acqua fluiva in una canaletta nel pavimento e raggiungeva una peschiera.

  1. Nel 1787 la chiesa fu inglobata in una costruzione neoclassica e destinata a ufficio postale
  2. In origine la chiesa non era più alta del piano stradale, com’è adesso, né lo era la vicina Santa Maria dell’Ammiraglio. La posizione sopraelevata è dovuta a un intervento di abbassamento altimetrico e raccordo delle pendenze del Cassaro e di via Maqueda realizzato nel 1864
  3. La chiesa fa parte dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, una diocesi cattolica che segue il rito greco-bizantino. Per questa ragione, alcune celebrazioni si svolgono in greco o albanese, e il rito è molto diverso da quello latino. Per farsene un’idea si può partecipare, ad esempio, alla solenne messa di Pasqua
  4. Secondo la tradizione furono inventati proprio dalle suore del convento i “frutti di Martorana” vale a dire i dolcetti di marzapane, modellati realisticamente come frutta, oggi venduti nelle pasticcerie soprattutto nel periodo “dei morti”, vale a dire intorno all’1 e 2 novembre
  5. Durante la dominazione araba la chiesa fu trasformata in moschea. Di questo edificio rimane una singolare testimonianza, poiché in una delle colonne del portico è stata lasciata al suo posto un cartiglio con alcuni versetti del Corano
  6. Nel 1781 il sarcofago dell’imperatore venne aperto. In quella occasione si scoprirono all’interno il corpo di re Pietro II d’Aragona, morto nel 1342, e di un’altra persona, la cui identità è rimasta sconosciuta. Nel 1994, il sarcofago fu ispezionato una seconda volta e si poté stabilire che la terza persona era una donna. Non si sa per quale motivo lei e re Pietro siano stati sepolti insieme a Federico II
  7. I monili dell’imperatrice Costanza sono custoditi nel tesoro della Cattedrale: spicca fra essi la sua corona, una calotta di fattura tipicamente normanna, realizzata nel tiraz (laboratorio) del Palazzo Reale. La corona, un capolavoro di filigrana d’oro, smalti, perle e pietre preziose, venne trovata sulla testa della regina nel 1491, quando venne aperto per la prima volta il suo sarcofago, un originale romano del III sec. d.C.
  8. L’urna con le reliquie viene condotta in processione in città il 15 luglio per ricordare il miracolo della liberazione di Palermo dalla peste. È il momento culminante del “Festino”, la celebrazione della santa che prevede altresì, la sera del 14, la sfilata del grande Carro di Santa Rosalia accompagnato da esibizioni musicali e teatrali e un grandioso spettacolo di fuochi d’artificio
  9. Vi sono 23 sarcofagi, tutti di riuso essendo di epoca romana, paleocristiana e, i più recenti, medievale. Tutti diversi e ciascuno con una sua particolarità, i sarcofagi sono semplici o molto decorati come quello dell’arcivescovo Paternò, risalente al III-IV secolo e con la statua del defunto sul coperchio, opera di Antonello Gagini; e quello dell’arcivescovo Tagliavia, un’opera paleocristiana con la raffigurazione della processione degli Apostoli. Vi è inoltre il sarcofago di Gualtiero Offamilio, il primo vescovo della cattedrale normanna.
  10. La moschea fu costruita su monastero del VI secolo dedicato a Sant’Ermete e secondo alcuni storici il nome “degli eremiti” sarebbe una corruzione di quel nome originale
  11. Questo colore sarebbe in realtà un falso storico. Quando l’architetto Patricolo fu incaricato del restauro (1882), nella sua relazione annotò di aver rinvenuto un frammento di intonaco di quel colore e, come si usava a fine Ottocento, senz’altro procedette al suo ripristino su tutte le cupole. Lo stesso accadde qualche tempo dopo nella chiesa di San Cataldo, nonostante le polemiche che avevano accompagnato il primo restauro
  12. Il palazzo è stato interamente mappato in 3D nell’ambito di un imponente progetto che ha impegnato un team di specialisti per otto anni. Costoro hanno realizzato un rilievo tridimensionale di grande accuratezza che ricostruisce le diverse fasi storico-architettoniche del palazzo. Il progetto è online sul sito dell’Assemblea Regionale Siciliana e consente a tutti di visitare virtualmente il palazzo
  13. La residenza normanna fu concepita come una serie di torri e padiglioni, diverse ali che si irradiavano dall’aula regia (o verde) che era l’ambiente principale, destinato ad assemblee e banchetti. Le varie ali erano collegate da camminamenti, terrazze e giardini che creavano un insieme vago e lussureggiante. All’interno del palazzo, fra altre cose, era ospitato un “Tiraz” vale a dire un opificio e laboratorio tessile, molto famosi all’epoca. Da qui provengono la corona dell’imperatrice Costanza e il mantello di Re Ruggero, oggi custodito a Vienna
  14. Furono ad esempio abbattute le torri della reggia normanna: oggi ne resta una soltanto, la Pisana. Qui si trova l’osservatorio astronomico dal quale Giuseppe Piazzi, nel 1801, scoprì il pianeta Cerere, oggi Museo della Specola. Autentica chicca per gli appassionati, il museo custodisce fra altre cose gli strumenti del Principe Giulio F. Tomasi di Lampedusa, avo dello scrittore Giuseppe e figura che ispirò il principe Salina del Gattopardo. Fino all’incirca agli Quaranta, il custode dell’Osservatorio Astronomico aveva fra gli altri compiti quello di segnalare l’ora esatta ai palermitani. Per farlo, ogni giorno doveva eseguire la “calata della tela”: un pannello di legno con su fissata una tela veniva issato in cima alla vicina Porta Nuova e, alle 12 in punto, lasciato ricadere. In questo modo i palermitani potevano regolare con precisione i propri orologi.
  15. Molti illustri viaggiatori del passato hanno lasciato descrizioni incantate di questa chiesa. Fra loro Guy de Maupassant, che la definì “il più bel gioiello religioso sognato dal pensiero umano” e Oscar Wilde per il quale era la “meraviglia delle meraviglie”.
  16. I quattro personaggi con turbante raffigurati su questa porta rappresentano i Turchi che erano stati sconfitti da Carlo V. Di ritorno dalle sue vittoriose campagne, l’imperatore giunse a Palermo. Per celebrarlo, nel 1538 la porta d’accesso alla città, attraverso cui era passato, venne modificata nelle forme che, al netto di interventi successivi, possiamo ancora vedere. Nei saloni in cima alla porta, nel 1860, soggiornò Garibaldi.
  17. La depressione in cui si trova il quartiere si è originata probabilmente a causa del crollo del tetto di una cavità naturale. Sul suo fondo scaturivano delle polle d’acque e si era formato un laghetto dove, fino alla fine dell’Ottocento, le donne del posto lavavano i panni. Anche il nome sarebbe legato alla presenza dell’acqua. Secondo alcuni dalle parole fenice “dannis” e “inu”, vale a dire “sorgente potente e abbondante”, secondo altri dall’arabo “Ayu’abi Sa’Idin” cioè fonte di Abu Said, via via storpiato fino ad arrivare all’attuale
  18. Il nome del fiume che scorreva nel cuore di Danisinni è legato alla presenza di papiri rigogliosi che lo rendevano simile al Nilo. Per questa ragione, secondo le leggende popolari, la sua acqua arrivava direttamente dal fiume africano che scorreva sotto il mare fino a Palermo. Alla fine del Cinquecento il Papireto fu interrato e la zona paludosa che lo circondava bonificata, per prevenire il diffondersi della malaria e altre malattie. Il letto del fiume venne trasformato in orti, molto famosi per la qualità delle verdure e degli ortaggi che vi venivano coltivati
  19. La chiesetta sorge su uno sperone di roccia in posizione elevata: l’area circostante, di roccia calcarenitica, per molti secoli è stata destinata a cava. I “pirriaturi” di Danisinni cavavano da qui enormi blocchi, utilizzati nel tempo per la costruzione, fra l’altro, di Palazzo dei Normanni e del Teatro Massimo
  20. Ancora nel Trecento, nell’immaginario collettivo Palermo era considerata una città di raffinati piaceri, tanto che Giovanni Boccaccio la scelse per ambientarvi la novella X dell’ottava giornata e vi descrive come la protagonista Madonna Jancofiore seduce un uomo conducendolo in un hammam, di cui all’epoca la città era ricca.
  21. Sull’arco di ingresso alla sala c’è un piccolo affresco barocco affollato di personaggi, i cosiddetti “diavoli della Zisa”. Secondo la tradizione locale, è impossibile contarli, tanto che i “diavoli” sono diventati emblematici delle situazioni in cui non tornano i conti
  22. Sulle sponde dell’Oreto si combatté nel 251 a.C. una delle battaglie delle Guerre Puniche: i cartaginesi di Asdrubale e i romani guidati da Cecilio Metello, si scontrarono in una battaglia passata alla storia anche per la presenza degli elefanti, “armi” micidiali che conduttori indiani spingevano alla carica e che tuttavia furono inaspettatamente messi in fuga dalla fanteria leggera che difendeva Palermo
  23. Presso questo ponte, nella notte del 27 maggio 1860, le truppe garibaldine vinsero in battaglia quelle borboniche che s’opponevano al loro ingresso in città.

Informazioni

Il Palazzo Reale sorge in un’area a ridosso di Porta Nuova, nella parte terminale di corso Vittorio Emanuele, in un sito a cavallo tra piazza Indipendenza e piazza del Parlamento, sulla quale prospetta la facciata principale con l’ingresso dell’edificio.
www.federicosecondo.org
fondazione@fericosencondo.org
+39 091 7055611 

La Cattedrale di Palermo si trova nella parte alta di Corso Vittorio Emanuele, all’interno dello storico quartiere del Casaro, nel quadrilatero che include la via Matteo Bonello, Piazza Sett’Angeli, via Incoronazione, e Corso Vittorio Emanuele, sul quale si prospetta l’ingresso principale dell’edificio.
www.cattedrale.palermo.it
tourcattedrale@diocesipa.it
+39 329 3977513 / +39 091 334373

Il complesso di San Giovanni degli Eremiti si trova nelle immediate vicinanze del Palazzo Reale, all’interno dello storico quartiere dell’Albergheria, racchiuso entro le mura che delimitavano la città medievale e la prospicente via dei Benedettini.
www.regione.sicilia.it/beniculturali
+39 091 6515019

La chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio si trova sul lato sud di Piazza Bellini, uno spiazzo urbano posto alle spalle del Palazzo municipale di Palermo e aperto sulla via Maqueda, uno due assi viari principali che attraversano il centro storico di Palermo.
+39 345 8288231

La chiesa di San Cataldo si trova a pochi metri di distanza dalla chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, sul lato sud di Piazza Bellini, uno spiazzo urbano posto alle spalle del Palazzo municipale di Palermo e aperto sulla via Maqueda, uno dei due assi viari principali che attraversano il centro storico di Palermo.
+39 091 7829684

 Il Palazzo della Zisa sai trova all’esterno del centro storico di Palermo, in un’area a ovest di quest’ultimo compresa entro il quadrilatero delimitato da Piazza Zisa, via Normanni, via Guglielmo il Buono e via Zisa.
www.coopculture.it
palazzodellazisa@coopculture.it
+39 091 7489995

 Il Ponte dell’Ammiraglio si trova al centro dell’omonima piazza, nella periferia sud-orientale di Palermo, racchiuso entro un’area verde che ne circoscrive il sito e, al tempo stesso, ne esalta la bellezza e la monumentalità.